DecaDance ovvero Il Ballo delle Briciole in pieno collasso

My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty and despair!
Nothing beside remains. Round the decay
of that colossal wreck, boundless and bare
the lone and level sands stretch far away.

“Ozymandias” by Percy Bysshe Shelley [1817]
in “Collapse” by Jared Diamond

 

 

Occhi gonfi mi trascino verso la doccia strappandomi di forza da un sonno profondo durato oltre 12 ore. Mi obbligo ad alzarmi dal letto perche’ non mi va di sballarmi il ritmo sonno-veglia e piegarmi al jet-lag. Quindi mi sollevo a fatica e vado in bagno. Palpebre e occhiaie si contendono lo sporgente bulbo oculare e riesco a malapena a vedermi l’iride. I segni delle lenzuola sulla pelle sembrano rughe profonde e mi fanno temere di aver dormito non 12 ore, ma 50 anni. Motivo in piu’ per svegliarsi.
Metto la testa sotto l’acqua tiepida nel momento in cui cominciano i primi scrosci di pioggia violenta.
E’ stagione delle piogge, a Singapore.

Man mano che l’acqua mi bagna il viso, il corpo e lentamente anche i capelli mi viene da sorridere pensando che dopo la doccia infilero’ dei vestiti estivi e per uscire sandali, nonostante la pioggia. Una pioggia calda e rinfrescante molto diversa dalla pioggia che ho lasciato pochi giorni fa in Italia, dove il freddo comincia a farsi sentire.

Il freddo in Italia e’ arrivato solo negli ultimi giorni di ottobre, ma gia’ l’ho sentito al mio arrivo all’areoporto di Milano a inizio mese. Non credo fosse dovuto solo al brusco cambiamento climatico, dai tropici al continente europeo, quanto alla mancanza di sorrisi. Ok, vediamo di chiarire prima di cadere in stupidi equivoci in cui mi si da’ della fricchettona buonista tutta luce e amore. Non sono entrata in nessuna setta in cui si venera il dio sorriso e non sono caduta in un concentrato di Prozac che mi fa percepire la felicita’ come uno stato perenne e indotto al quale non piegarsi sarebbe un reato o un affronto personale. Mi sono semplicemente guardata intorno.
Putroppo e’ quasi inutile dirlo, talmente e’ palese: la gente e’ presa male e la situazione e’ peggiore di quanto pensassi.

Banalmente parlando, e’ un peccato vedere questa decadenza diffusa ed assistere al crollo generale di tutti i pilastri della nostra civilta’. Diritti, politica, lavoro, economia, salute, istruzione, chi piu’ ne ha piu’ ne metta. A livello ipersuperficiale, quotidiano e pratico, la decadenza del mio popolo e del mio paese nonche’ dell’Europa intera mi mette piuttosto in imbarazzo nelle conversazioni con asiatici fan del vecchio mondo e americani utopici. Immaginate il mio sorriso di convenienza quando all’elogio per il diritto di manifestare, inesistente a Singapore e limitato in molti paesi asiatici, mi vengono in mente le vergogne di Genova e le recenti devastazioni di Roma e relative manipolazioni. Considerate per un secondo l’abbassare forzato dello sguardo quando stranieri da sempre vissuti in un mondo di sanita’ privata lodano il successo della sanita’ pubblica in Italia, dove i soldi sono finiti e le operazioni chirurgiche annullate o rimandate a data da destinarsi. Capirete quindi che, anche semplicemente per dignita’ personale, la situazione e’ catastrofica. Certo, siamo ormai abituati a sorrisetti imbarazzati quando iniziano discorsi sulla nostra situazione politica, ma potevamo sempre rifarci con cibo e paesaggi, moda e design, creativita’ e sorrisi. Sorrisi. Vedete che alla fine c’entrano?

L’annuale rientro italiano ha coinciso con una serie di eventi che hanno fatto gongolare televisioni e giornali, per non parlare di Internet. Breaking news che fioccavano da tutte le parti. Decessi e nascite di celebrita’ importanti, terremoti, allagamenti compresi tra Tsunami lenti e monsoni annunciati, rivolte popolari e guerriglie urbane, deposizioni di capi di stato. Non so se ci ho fatto piu’ caso io o e’ stato un ottobre piuttosto caldo.
Per i media, questo e’ favoloso. Si evitano lunghe riunioni su quali banalita’ sciorinare ai poveri lettori e si possono saltare a pie’ pari analisi approfondite di tematiche importanti o vicende particolarmente spinose. Basta dare la notizia e voila’! Due o tre foto d’effetto comprate agli smazzini delle grandi agenzie fotografiche, qualche migliaia di euro sborsati sapendo che i ritorni ci saranno vista la grossa notizia ed e’ fatta. In Italia pero’ (e forse di nuovo sono io che ci ho fatto particolarmente caso), tutte le strade, come si dice, portano a Roma. Ovvero, nonostante l’abbondare di notizie e di tematiche, tutti finiscono sempre a parlare solo di un solo nome; tutti i discorsi alla fine si concentrano sul nome che da vent’anni a questa parte domina tutte le pagine, i muri, gli schermi e le vite degli italiani.
La crisi e’ profonda, il nemico uno. La violenza della natura e dell’umanita’ imperversa, il colpevole e’ uno. Rimosso quello, si dice, l’Italia tornera’ a fiorire. L’Italia tornera’ ad essere forte, si sollevera’ dalla crisi, gli italiani saranno felici, la sanita’ riprendera’ a funzionare, la scuola pubblica formera’ cervelli che potranno essere impiegati in loco e non piu’ costretti ad emigrare per vedere riconosciuto il proprio lavoro e i propri sforzi. Le tante idee e progetti in cantiere potranno essere realizzate e la societa’ dimentichera’ la guerra tra poveri attualmente in corso. Tagliata l’unghia incarnita, il prepuzio infetto e le doppie punte, ecco che il paese si risollevera’ forte e motivato come una sequoia dopo una convalescenza da vegetale. Ma vent’anni di cancro preceduti da decenni di erosione virale dall’interno hanno gravemente infetto la pianta. L’unghia incarnita ha gia’ fatto andare in cancrena la mano, le radici sono ormai impregne di quel liquido denso che non sara’ rimosso da una semplice potatura.

Egoisticamente, mi limito ad osservare, perche’ temo che l’ansia che mi prende e la preoccupazione che mi logora alla semplice osservazione provocherebbero disagi psico-fisici perenni se mi spingessi oltre in analisi o addirittura azioni. .
Cosi’ evito di addentrarmi troppo (vigliacca?) e torno ai tropici (vigliacca?), mentre nella mente mi rimane l’immagine triste di quest’ultima danza, questo ballo tra le briciole di una grande storia di cui sono stata anche fiera, a volte. Anche solo in conversazioni da salotto.

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